MONSIEUR LE FRANÇAIS
Nicolas Busnel, fondatore e designer
RITRATTO DI UN UOMO LIBERO
Mentre le idee vorticano tra una boccata di sigaretta e l'altra, mentre l'aria intrisa di fumo si fa ancora più indistinta all'apparire di silhouette feline, un bicchiere di Sancerre destinato ad alimentare l'immaginazione sprigiona il suo bouquet e un foglio attende di accogliere il tratto deciso di Monsieur le Français. Libero da criteri e decoro, il suo portamine costruisce qui un reggicalze che cattura desideri in tumulto, tratteggia là una fascia di pizzo che si allaccia dalla nuca alla vita:
«Ogni volta che disegno, lo faccio senza preoccuparmi di alcun vincolo, senza alcuna preoccupazione. Solo in seguito cerchiamo di capire se sia tecnicamente realizzabile. A volte può essere difficile da concepire, ma qualunque sia il rischio o il prezzo da pagare, ho sempre scelto di fare ciò che volevo.»
Che sottolinei la curva della schiena o esalti il rilievo del seno, che conquisti i cuori con una catsuit capace di liberare le fantasie o avvicini i corpi con manette fantasiose, Monsieur le Français dà vita alle sue creazioni con la speranza di esaltare lo sguardo quanto il tatto. E anche se questo invito aperto al piacere e all'ebbrezza può urtare la sensibilità di alcuni, i suoi schizzi andranno sempre oltre la semplice ricerca della dissolutezza.
Figlio di un contestatore, Monsieur le Français non intende tanto ridurre la femminilità alla sua forza seduttiva, quanto permettere alle donne di affermarsi con l'incandescenza di una rivendicazione:
«Voglio che i miei abiti abbiano un impatto emotivo. Sono pensati per donne che non rispondono allo stereotipo della bambola Barbie, donne libere, autonome, donne che non si lasciano costringere. Sono un'armatura che permette di affermarsi e servono l'arte di vivere la propria femminilità. Ogni modello racchiude uno stato d'animo. Del resto, è difficile scegliere a caso un capo Maison Close.»
Monsieur le Français imprime alla lingerie la nostalgia di un'epoca che gli resterà per sempre sconosciuta. Gli anni Venti e la loro follia sulfurea, quella firma d'altri tempi e le sue spogliarelliste, il fascino canagliesco e la Paname dei bordelli, i suoi artisti mondani da Cocteau a Bernhardt e le tante donne elevate a icone variopinte dai manifesti di Alfons Mucha. La geometria e la precisione dell'Art Déco diventano la trama di una struttura old school, di una concezione che rifugge tanto l'approssimazione quanto l'eccesso, perché Maison Close si accompagna a una lingerie fondata su tagli incisivi, netti e precisi.
Ma è in un'epoca più recente che Monsieur le Français ha trovato la sua musa più travolgente. Con la sua voce profonda, i suoi tailleur Mugler e Saint Laurent, il suo istinto per il bello e l'eleganza, sua zia ha impresso in lui alcuni ideali fuori dagli schemi - una verve inconfondibile che oggi immortala in un bianco e nero tanto elegiaco quanto ammaliante:
«La fotografia è come una finestra in un muro. Invita a sognare una realtà leggermente deformata. È questa scrittura fantasmagorica che inseguo attraverso le mie collezioni.»
Una libertà nel gesto come nella parola che il fondatore ha scelto di trasformare nel proprio motto, lui che non smette mai di sfidare le convenzioni e di seguire modi di fare che gli sono stati rimproverati più volte: troppo irrequieto, non abbastanza rigoroso. E se quest'ultimo aspetto lo ha ormai corretto, fino a rinunciare alle diplomatiche mezze misure, resta parco di parole quando arriva il momento di dilungarsi in società sull'attività che ha creato:
«Non mi piace ripetermi. A volte vorrei che mi si capisse senza che io debba parlare.»
Preferirà sempre la sostanza del sognatore alle carriere osannate.
Così quel bambino con la testa tra le nuvole, che non ha mai saputo imparare a memoria, preferirà lavorare con il cuore, fino a diventare quell'artigiano dei sensi che gioca con i confini della decenza:
«Mi piace giocare con la sorpresa e la trasparenza. Mi piace mostrare ciò che un tempo si era soliti nascondere, creare una lingerie erotica legata a una sessualità giocosa e gioiosa. Maison Close incarna quella Francia indissociabile dal piacere sensoriale.»
Questo gusto per la bella vita, così tipicamente francese, lo riconduce immancabilmente a qualche sfida per i sensi. Monsieur le Français non disdegna affatto quei cliché che fanno di lui il perfetto francese. Uno di quelli che lasciano scorrere il tempo in terrazza davanti a una tazza di caffè, che assaporano, godono e coltivano con piacere l'arte di rendere tutto più complicato:
«È questo che ci rende affascinanti - e anche assolutamente insopportabili.»
Monsieur le Français rivendica senza esitazione quel tocco di arroganza che sembra tracciare i confini dell'Esagono, ma anche la sua infanzia avventurosa trova eco nelle sue attività internazionali. Gli ha trasmesso modelli di pensiero capaci di spingersi ben oltre le sue radici sulla Costa Azzurra, aprendosi ad altri paralleli e meridiani. A cominciare da quel viaggio, il primo di una lunga serie, che lo portò attraverso tutta l'Europa orientale fino ai confini della Bulgaria:
«I miei genitori erano hippie e ci crescevano con una certa durezza. Partivamo in macchina e ci accampavamo dove potevamo. A quattordici anni avevo già visto ventisei Paesi. E a questi aggiungo quelli in cui oggi mi reco regolarmente.»
Prima vennero le vetrine che non tardarono a esporre Maison Close nel cuore di Londra, poi quella boutique incastonata in uno degli angoli più animati di SoHo, a New York. In seguito nacque una particolare predilezione per la cosmopolita Hong Kong, insieme alla certezza che Monsieur le Français non trovi mai dimora migliore che nell'assorbire tutte le inclinazioni di questo mondo.
RITRATTO DI UN UOMO LIBERO
Mentre le idee vorticano tra una boccata di sigaretta e l'altra, mentre l'aria intrisa di fumo si fa ancora più indistinta all'apparire di silhouette feline, un bicchiere di Sancerre destinato ad alimentare l'immaginazione sprigiona il suo bouquet e un foglio attende di accogliere il tratto deciso di Monsieur le Français. Libero da regole e decoro, il suo portamine costruisce qui un reggicalze che cattura desideri in tumulto, tratteggia là una fascia di pizzo che si allaccia dalla nuca alla vita:
«Ogni volta che disegno, lo faccio senza preoccuparmi di alcun vincolo, senza alcuna preoccupazione. Solo in seguito cerchiamo di capire se sia tecnicamente realizzabile. A volte può essere difficile da concepire, ma qualunque sia il rischio o il prezzo da pagare, ho sempre scelto di fare ciò che volevo.»
Che sottolinei la curva della schiena o esalti il rilievo del seno, che conquisti i cuori con una catsuit capace di liberare le fantasie o avvicini i corpi con manette fantasiose, Monsieur le Français dà vita alle sue creazioni con la speranza di esaltare lo sguardo quanto il tatto. E anche se questo invito aperto al piacere e all'ebbrezza può urtare la sensibilità di alcuni, i suoi schizzi andranno sempre oltre la semplice ricerca della dissolutezza.
Figlio di un contestatore, Monsieur le Français non intende tanto ridurre la femminilità alla sua forza seduttiva, quanto permettere alle donne di affermarsi con l’incandescenza di una rivendicazione:
«Voglio che i miei abiti abbiano un impatto emotivo. Sono pensati per donne che non rispondono allo stereotipo della bambola Barbie, donne libere, autonome, donne che non si lasciano costringere. Sono un’armatura che permette loro di affermarsi e servono l’arte di vivere la propria femminilità. Ogni modello racchiude uno stato d’animo - del resto, è difficile scegliere a caso un capo Maison Close.»
Monsieur le Français imprime alla lingerie la nostalgia di un’epoca che gli resterà per sempre sconosciuta. Gli anni Venti e la loro follia sulfurea, quella firma d’altri tempi e le sue spogliarelliste, il fascino canagliesco e la Paname dei bordelli, i suoi artisti mondani da Cocteau a Bernhardt e le tante donne elevate a icone variopinte dai manifesti di Alfons Mucha. La geometria e la precisione dell’Art Déco diventano la trama di una struttura old school, di una concezione che rifugge tanto l’approssimazione quanto l’eccesso, perché Maison Close si accompagna a una lingerie fondata su tagli incisivi, netti e precisi.
Ma è in un’epoca più recente che Monsieur le Français ha trovato la sua musa più travolgente. Con la sua voce profonda, i suoi tailleur Mugler e Saint Laurent, il suo istinto per il bello e l’eleganza, sua zia ha impresso in lui alcuni ideali fuori dagli schemi - una verve inconfondibile che oggi immortala in un bianco e nero tanto elegiaco quanto ammaliante:
«La fotografia è come una finestra in un muro. Invita a sognare una realtà leggermente deformata. È questa scrittura fantasmagorica che inseguo attraverso le mie collezioni.»
Una libertà nel gesto come nella parola che il fondatore ha scelto di trasformare nel proprio motto, lui che non smette mai di sfidare le convenzioni e di seguire modi di fare che gli sono stati rimproverati più volte: troppo irrequieto, non abbastanza rigoroso. E se quest’ultimo aspetto lo ha ormai corretto, fino a rinunciare alle diplomatiche mezze misure, resta parco di parole quando arriva il momento di dilungarsi in società sull’attività che ha creato:
«Non mi piace ripetermi. A volte vorrei che mi si capisse senza che io debba parlare.»
Preferirà sempre la sostanza del sognatore alle carriere osannate.
Così quel bambino con la testa tra le nuvole, che non ha mai saputo imparare a memoria, preferirà lavorare con il cuore, fino a diventare quell’artigiano dei sensi che gioca con i confini della decenza:
«Mi piace giocare con la sorpresa e la trasparenza. Mi piace mostrare ciò che un tempo si era soliti nascondere, creare una lingerie erotica legata a una sessualità giocosa e gioiosa. Maison Close incarna quella Francia indissociabile dal piacere sensoriale.»
Questo gusto per la bella vita, così tipicamente francese, lo riconduce immancabilmente a nuove esperienze per i sensi. Monsieur le Français non disdegna affatto quei cliché che fanno di lui il perfetto francese. Uno di quelli che lasciano scorrere il tempo in terrazza davanti a una tazza di caffè, che assaporano, godono e coltivano con piacere l’arte di rendere tutto più complicato:
«È questo che ci rende affascinanti - e anche assolutamente insopportabili.»
Monsieur le Français rivendica senza esitazione quel tocco di arroganza che sembra tracciare i confini dell’Esagono, ma anche la sua infanzia avventurosa trova eco nelle sue attività internazionali. Gli ha trasmesso modi di pensare capaci di spingersi ben oltre le sue radici sulla Costa Azzurra, aprendosi ad altri paralleli e meridiani. A cominciare da quel viaggio, il primo di una lunga serie, che lo portò attraverso tutta l’Europa orientale fino ai confini della Bulgaria:
«I miei genitori erano hippie e ci crescevano con una certa durezza. Partivamo in macchina e ci accampavamo dove potevamo. A quattordici anni avevo già visto ventisei Paesi. E a questi aggiungo quelli in cui oggi mi reco regolarmente.»
Prima vennero le vetrine che non tardarono a esporre Maison Close nel cuore di Londra, poi quella boutique incastonata in uno degli angoli più animati di SoHo, a New York. In seguito nacque una particolare predilezione per la cosmopolita Hong Kong, insieme alla certezza che Monsieur le Français non trovi mai dimora migliore che nell’assorbire tutte le inclinazioni di questo mondo.
E a dimostrarlo, l'artigiano-imprenditore è il frutto di una famiglia emigrata dalla Polonia e dall'Italia. Se i dettagli di questa eredità, forgiata nel tumulto della Storia, si sono nascosti tra le pieghe della memoria, sa di dovere alle sue nonne, giunte da altre terre, l'origine del suo soprannome:
«Per loro, doversi integrare rappresentava una sfida particolare, così come fare in modo che i loro figli si inserissero pienamente nella cultura francese. Si sono sempre rifiutate di raccontare il proprio passato e la propria cultura. È qualcosa di difficile di cui non so nulla, ma di cui avverto la presenza. È proprio questa mancanza di fondamenta a farmi desiderare di costruire.»
Prima di diventare un anfitrione dell'ombra, prima che Maison Close si impadronisse dei suoi pensieri come una relazione appena sbocciata:
«Questa attività è la mia grande passione!»
l'esteta dovette dimostrarsi intraprendente per riuscire finalmente a dedicarsi al suo amore per l'arte. Perché da quella caduta a faccia in giù nel fango, che strappò al padre soltanto l'ordine di rialzarsi, la lezione fu presto assimilata:
«Cadi, ti rialzi.»
Ai continui traslochi, ai divieti di un collegio immerso nelle Cévennes, alle tribolazioni della vita da studente e ai presagi di un futuro difficile, rispose con trasporto e inventiva. Che si trattasse di barche, soapbox o rampe improvvisate per la bicicletta, la grande evasione e ogni possibile via di fuga avevano sempre il dono di venire prima dell'ardore per il lavoro e dei compiti:
«Quei momenti erano, e sono ancora oggi, come una piccola caramella al miele contro il mal di gola.»
La velocità nel sangue e la ricerca di ciò che davvero lo alimenta lo aiutarono a vivere senza mai frenare, sospinto da quell’impazienza ormai saldamente inscritta nei geni del figlio maggiore:
«Anche se comincio a capire la tartaruga di La Fontaine, quando voglio arrivare da qualche parte tendo ancora a lanciarmi a tutta velocità.»
Spinto dalla fretta di trovare il proprio posto nel mondo del lavoro, l’eterno autodidatta si dedicò a una formazione nelle arti applicate, affinché la sua immaginazione potesse garantirgli un futuro professionale. I piccoli lavori che scandivano le estati dietro la cassa di una stazione di servizio e le ore trascorse a raschiare con una lametta progetti di architettura che avrebbe voluto realizzare lui stesso accompagnavano una quotidianità vissuta a ritmo serrato: fotografia, vinili, libri e amori travolgenti.
Gli anni d’oro della pubblicità, quelli di Tapie e Séguéla, delle gare truccate e dei direttori artistici sottoposti a pressioni incessanti, assorbirono per un decennio tutte le energie del creativo. Passato dal lavoro freelance alla direzione della propria agenzia, il disegnatore di un tempo tracciava identità solide per le grandi aziende, consapevole che, poco a poco, la propria stava scomparendo:
«Avevo il cervello sulla graticola ogni giorno. Lavoravamo ventiquattr’ore su ventiquattro, su qualsiasi argomento. Era tanto estenuante quanto arricchente. Alla fine ho mandato tutto all’aria, dopo aver capito che le conoscenze e l’appartenenza a una certa corrente di pensiero contavano spesso più del talento.»
Sulla scia di questa sovratensione creativa e di un incontro nel mondo anglosassone, riaffiorò la gioia del designer che, in un lampo di lucidità, concepì il suo primo oggetto del desiderio, subito messo in produzione:
«Sono stato travolto da un successo immediato - era qualcosa più grande di me!»
Il suo ingresso in questo universo, ancora saldamente fondato sul tabù agli inizi del XXI secolo, non mancò di lasciare sbalorditi quanti circondavano l’idealista:
«Non mi importava delle reticenze! Maison Close è nata per caso - all’inizio era semplicemente un modo per divertirmi. Ho disegnato la prima collezione per accompagnare gli accessori e ho imparato il mestiere dello stilista sul campo. Poi la stampa specializzata si è entusiasmata e ho deciso di fare le cose seriamente, anche se in fondo non si tratta di un’attività seria, perché non realizzo prodotti di prima necessità. Rimane un piacere, puro piacere!»
Il designer non saprebbe concepire un’esistenza in cui le emozioni si esprimessero soltanto a mezza tinta, in cui non potesse abbandonare i propri stati d’animo per il tempo di un abbraccio. Oltre alle peregrinazioni tra musei e cinema, agli slanci romantici e gotici, alle uniformi da cavallerizza, agli abiti militari, al flirt con gli anni Ottanta e la loro anima fluo, oltre alla disinvoltura di Gainsbourg e ai testi carichi di emozione, Monsieur le Français trova ispirazione nelle storie che attraversa da inguaribile sentimentale:
«Odio non essere innamorato.»
Storie capaci di trascinarlo fino alle vette della felicità quanto di immergerlo nella più feconda delle malinconie - quelle stesse storie che promettono che da un colpo di fulmine o da una rottura possano nascere nuove cuciture:
«Sono perennemente sotto flebo. Accumulo, accumulo, finché arriva il momento in cui comprimo e filtro tutto ciò che ho visto, ascoltato e vissuto.»
E nonostante il suo incanto per tagli sempre più audaci, il pudore finisce sempre per prevalere in chi non saprebbe mettersi a nudo con la stessa facilità con cui le sue creazioni si liberano dei propri inserti. Un desiderio di distanza e discrezione che incrina l’etichetta dell’anfitrione irriverente, del provocatore licenzioso che un giudizio affrettato sarebbe fin troppo incline ad attribuirgli.
Perché soltanto le muse e gli amici, i momenti trascorsi con i suoi due ragazzi, potrebbero schiudere quell’intimità nella quale Monsieur le Français si dispiega sotto i tratti di Nicolas.
Per ora, e soltanto per ora, la lingerie prende il sopravvento, come quella cultura della riservatezza che un tempo sigillò le porte di Maison Close e spinse Nicolas a scomparire dietro il profilo di Monsieur le Français.
Sulla scia di questa sovratensione creativa e di un incontro nel mondo anglosassone, riaffiorò la gioia del designer che, in un lampo di lucidità, concepì il suo primo oggetto del desiderio, subito messo in produzione:
«Sono stato travolto da un successo immediato - era qualcosa più grande di me!»
Il suo ingresso in questo universo, ancora saldamente fondato sul tabù agli inizi del XXI secolo, non mancò di lasciare sbalorditi quanti circondavano l’idealista:
«Non mi importava delle reticenze! Maison Close è nata per caso - all’inizio era semplicemente un modo per divertirmi. Ho disegnato la prima collezione per accompagnare gli accessori e ho imparato il mestiere dello stilista sul campo. Poi la stampa specializzata si è entusiasmata e ho deciso di fare le cose seriamente, anche se in fondo non si tratta di un’attività seria, perché non realizzo prodotti di prima necessità. Rimane un piacere, puro piacere!»
Il designer non saprebbe concepire un’esistenza in cui le emozioni si esprimessero soltanto a mezza tinta, in cui non potesse abbandonare i propri stati d’animo per il tempo di un abbraccio. Oltre alle peregrinazioni tra musei e cinema, agli slanci romantici e gotici, alle uniformi da cavallerizza, agli abiti militari, al flirt con gli anni Ottanta e la loro anima fluo, oltre alla disinvoltura di Gainsbourg e ai testi carichi di emozione, Monsieur le Français trova ispirazione nelle storie che attraversa da inguaribile sentimentale:
«Odio non essere innamorato.»
Storie capaci di trascinarlo fino alle vette della felicità quanto di immergerlo nella più feconda delle malinconie - quelle stesse storie che promettono che da un colpo di fulmine o da una rottura possano nascere nuove cuciture:
«Sono perennemente sotto flebo. Accumulo, accumulo, finché arriva il momento in cui comprimo e filtro tutto ciò che ho visto, ascoltato e vissuto.»
E nonostante il suo incanto per tagli sempre più audaci, il pudore finisce sempre per prevalere in chi non saprebbe mettersi a nudo con la stessa facilità con cui le sue creazioni si liberano dei propri inserti. Un desiderio di distanza e discrezione che incrina l’immagine dell’anfitrione irriverente, del provocatore licenzioso che un giudizio affrettato sarebbe fin troppo incline ad attribuirgli.
Perché soltanto le muse e gli amici, i momenti trascorsi con i suoi due ragazzi, potrebbero schiudere quell’intimità nella quale Monsieur le Français si dispiega sotto i tratti di Nicolas.
Per ora, e soltanto per ora, la lingerie prende il sopravvento - come quella cultura della riservatezza che un tempo sigillò le porte di Maison Close e spinse Nicolas a scomparire dietro il profilo di Monsieur le Français.
EREDITÀ SCANDALOSA
Maison Close cambia nome e diventa SCANDALE il 22 luglio 2026.
Oggi si apre un nuovo capitolo. Maison Close diventa SCANDALE.
Per me non è una fine. È la naturale continuazione di questa storia. L'opportunità di ridare vita a un'iconica maison francese fondata nel 1932 e di scrivere un nuovo capitolo.
Provo un velo di malinconia nel chiudere questi vent'anni sotto il nome Maison Close. E un'immensa emozione all'idea di affrontare questa nuova sfida.
Desidero ringraziare tutti i team che mi accompagnano ogni giorno. Il loro talento, il loro impegno e la loro fiducia hanno permesso a questa avventura di esistere e di crescere. Un pensiero speciale va anche alle nostre clienti e ai nostri clienti. Senza di voi, nulla di tutto questo esisterebbe.
Grazie a tutte e a tutti coloro che ci accompagnano fin dall'inizio e a chi si è unito a noi lungo il cammino.
Il meglio resta ancora da immaginare.
Monsieur le Français.


